
Non tutte le vittorie sono uguali, nel golf e non solo. Quella di Gary Woodland allo Houston Open 2026 è una di queste. Trenta mesi fa lo statunitense è stato sottoposto a una delicata operazione al cervello e solo due settimane fa raccontava di “sentirsi come se stessi morendo dentro, come se vivessi una bugia”.
Era spento dentro, lui che ha sempre vissuto il golf con intensità. Woodland è stato fin dai tempi del college un giocatore molto amato, dopo una carriera universitaria da atleta in due sport prima dell’approdo sul PGA Tour. In carriera sei vittorie prima di Houston, compreso un Major: lo U.S. Open 2019 a Pebble Beach.
La malattia
La sliding door della sua vita e della sua carriera arriva tre anni fa, quando iniziano i problemi di salute. Poco dopo, la scoperta di una lesione cerebrale e la paura di non farcela.
A settembre 2023 l’operazione, con un intervento invasivo che gli lascia un’incisione importante sulla testa. A gennaio 2024 il ritorno in campo: la rinascita sembra vicina, soprattutto con il secondo posto proprio allo Houston Open.
Il male interiore
Ma non è così. Chi vive situazioni del genere sa che ciò che si prova dentro non sempre corrisponde a ciò che si mostra fuori.
Dentro, Woodland soffriva. Soffriva parecchio. Il disturbo da stress post-traumatico lo ha portato anche a chiudersi in bagno durante un torneo PGA per piangere. Due settimane fa ha deciso di raccontare tutto in un’intervista.
Tra le frasi più significative c’era questa. “Voglio realizzare i miei sogni e avere successo, ma voglio anche aiutare gli altri. Ora ho capito che devo prima aiutare me stesso.”
La rinascita a Houston
Questa settimana Woodland ha spiegato che parlare pubblicamente lo ha fatto sentire “più leggero di 450 chili”. I momenti difficili in campo sono rimasti: venerdì, sul tee della 9 al Memorial Park, alcuni spettatori troppo vicini lo hanno mandato in crisi. Dopo il secondo giro è scoppiato a piangere nello scoring, prima di ritrovare la calma.
In campo, comunque, è stato impeccabile. Partito con un colpo di vantaggio nell’ultimo giro, ha allungato fino a sette prima di gestire il finale. Ha chiuso con un 67 (-3), vincendo con cinque colpi su Nicolai Hojgaard.
Alla 18 l’apoteosi: l pubblico ha smesso di scandire il suo nome per lasciarlo concentrato su un putt da un metro e mezzo per il par: Woodland ha alzato le braccia, ha guardato il cielo e poi si è lasciato andare alle lacrime.
“È uno sport individuale, ma oggi non ero solo – ha detto con la voce rotta –. Chiunque stia lottando con qualcosa, spero possa vedermi e non mollare. Continuate a combattere.”
La moglie Gabby lo ha seguito per tutte le 18 buche in Texas, mentre i tre figli sono rimasti a casa. Più volte Woodland ha sottolineato quanto sia stata fondamentale: “È stata dura per me, ma per lei lo è stata ancora di più.”
Gary Woodland dritto al Masters
La sua potenza fisica non è mai venuta meno: a Houston ha raggiunto una velocità di palla di 196 mph, ma ancora più impressionante è stato il controllo dei colpi. Infatti, dal punto di vista tecnico ha trovato nuove soluzioni. Ha cambiato il putter per migliorare l’allineamento e, con il coach Randy Smith, ha trovato e usato shaft più rigidi nei ferri per gestire la velocità ritrovata.
Controllare le emozioni, invece, è stato impossibile, soprattutto nel finale.
Woodland ha così chiuso a 21 sotto il par (259), conquistando la prima vittoria dopo lo U.S. Open. Con un bonus enorme: la qualificazione al Masters.
