“Golf addio: ho deciso di smettere di giocare”

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un post su Facebook dove un amico annunciava urbi et orbi l’addio al golf. Incuriosito, gli ho chiesto di scriverne il perché su “Golfando”. Ecco il resoconto, da leggere tutto d’un fiato e commentare (s.l.)

di Andrea Bricchi
La prima cosa che m’impressionò dell’Indonesia, alla fine di giugno del 2004, fu l’umidità. La seconda l’odore di cannella, che aleggiava ovunque. E la terza…



…fu una frase del mio agente locale, uno jugoslavo trapiantato a Jakarta da Sarajevo, che mi telefonò mentre ero ancora in viaggio dall’aeroporto all’hotel: “Dì a Sumardiono che ti porti all’hotel a fare una doccia e poi qui al club, invece che in ufficio. Parliamo d’affari giocando a golf”. “Ma io non gioco a golf”, risposi. “Non ti preoccupare. Vieni con noi lo stesso. Ma è ora che impari, comunque”.

La settimana dopo andai a New York, alla festa a sorpresa per un mio carissimo amico, che tutti sapevamo non ne avrebbe fatte altre, purtroppo. Dormii a casa di suo figlio Ralph, la prima notte. E mentre andavo dal JFK a White Plains, l’autista si fermò, manco a dirlo, in un campo da golf. Mi disse che avrebbe portato lui il mio bagaglio a casa. E Ralph era lì ad aspettarmi, con un driver in mano.

Tornai a casa, dopo una breve tappa a Parigi, dove nessuno mi chiese di giocare, ma dove Toshiba organizzò un cocktail al Golf National, e trovai un volantino nella cassetta delle lettere. Diceva così: “Vorresti giocare a golf? Vieni a provare! La prima lezione ti costerà solo un euro!”. Poi uno dice che la Provvidenza non esiste?

La magia della prima pallina

E così andai. C’era un maestro argentino, Carlos, che mi posizionò su un tappetino sintetico, mi mise una riga gialla davanti ai piedi, mi incastrò in mano un ferro 7 in modo del tutto innaturale, con un mignolo tra indice e medio della mano sinistra (sono matti questi golfisti, è scomodissimo!) e poi mi disse: “Culo enfuori, schiena drita, deve vedere solo tre noche dela mano, el bracio senistro te deve fare de compàsso, lo porti qui fino a che è tutto drito, y poi per forsa que devi pasare de qui dove sta la palla. Non muovere la testa, muovi solo el bracio senistro! Prova!”. Non ci avrei scommesso un centesimo! Fu una magia!

Quella benedetta pallina bianca volava che era un piacere! Fece forse 50 o 60 metri, a me sembravano una cosa straordinaria. Atterrò mollemente tra altre centinaia di palline che fiorivano bianche e rosse, su un campo verde e un po’ brullo davanti a me.

Andrea Bricchi

Andrea Bricchi

“Oh oh! Hai visto! Eh? Quando colpisci quela palìna è meglio de una…”. Mi convinse. Presi qualche altra lezione, ma non migliorai più di tanto. Poi scoprii il pitch and putt e mi appassionai. E piano piano, senza nemmeno accorgermene, ero diventato un golfista, con tanto di handicap, scarpe bicolor bianche e marroni, guantino bianco e azzurro, carrello e sacca nerazzurra. Gli anni successivi furono una mania, una cosa da pazzi: trenta gare all’anno come minimo, ore e ore passate tra rattoni, slice, socket, gente con 35 di hcp che dispensa consigli (“ti alzi, la sei andata a cercare, ali di pollo”), boschi, laghi e qualche colpo eccezionale. Ci misi in mezzo anche una tresca piuttosto breve con una tipa biondina che mi consegnava gli score. Giocai in Italia e all’estero. Vinsi una gara in Belgio, a Keerbergen. Vinsi del vino e lo dovetti lasciare in aeroporto. Ne vinsi una a Madrid: un set da sommelier, che dovetti lasciare in aeroporto. E una volta mi rifiutai di giocare a Eagle’s landing, a Atlanta, Georgia, perché il campo era talmente bello che non volevo rovinarlo.

Tutto provai, la gloria maggiore dopo la virgola, la X e la vittoria, le coppe e il tristo esilio (sì, perché il mio circolo, a un certo punto, fallì, e io dovetti emigrare). E sparve. E cominciai a non avere più tempo, a giocare sempre meno. Poi la vita mi portò a conoscere qualche personaggio famoso che giocava a golf. E così pensai che avrei potuto organizzare qualche gara per beneficenza: sarebbe stata un’ottima scusa per giocare un po’, con una buona causa. Sì, ma non è proprio così facile, non è proprio golf.

Un bel giorno la mia schiena

E fu così che una mattina, qualche anno fa, aprii gli occhi e feci per voltarmi. Ma niente. Ero completamente, totalmente, drasticamente bloccato. La mia schiena mi aveva abbandonato. Il cortisone mi rimise in piedi, ma le ernie mal si conciliano con le zappate invereconde che continuavo a infliggere a quei mantolini erbosi, verdi, vellutati. Insomma: il golf non me lo potevo ormai più permettere, se non a piccolissime dosi. E come quasi tutte le passioni, gradualmente, anche quella perse d’intensità e di mordente.

Andrea Bricchi ai titoli di coda con il golf.

Andrea Bricchi ai titoli di coda con il golf.

L’ultima volta che ho giocato era ottobre. Ho giocato una gara in team con il mio carissimo amico Filippo Bergamaschi (che ovviamente era fuori gara). Io devo aver fatto sì e no trenta punti stableford, poi annotati come “sky FO” sulla classifica esposta. Filippo girò 13 sotto il campo! Ma non ho avuto il tempo di avvilirmi. Ho fatto la doccia, la premiazione, un brindisi e sono corso a Milano, a prendere Massimo Boldi. Siamo andati a San Siro, a vedere Inter-Milan. Quando sembrava tutto finito, al 94’, pure Icardi ha infierito sulla mia autostima, e Giovanni (senza Aldo e Giacomo) mi ha dato il colpo di grazia mettendomi al collo una sciarpa bruttazzurra dei cuginastri festanti.

Il ritorno (fatale) in campo

Da quel momento in poi, di golf nemmeno l’ombra, fino a pochi giorni fa. Garetta 9 buche. Partenza shotgun. Io comincio dalla 3, che è un par 3 in salita di 190 metri circa. Tee shot, approccio, putt: par. Vado alla 4 pensando che, tutto sommato, non mi sono dimenticato come si fa, e sparo un driver meraviglioso, lunghissimo. Era perfettamente nel centro di un bosco di castagni, declinante in modo soave su una discesina a destra del fairway.

E mentre cerco invano tra un rovo e un po’ di fieno, le mie ernie giocose, come fossero elfi e gnomi del bosco, escono dalla loro anfora sempiterna e cominciano a farmi compagnia. Il dramma si è chiuso dopo altre sette buche e 10 punti stableford in tutto. Sono andato a casa, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: “Ma cosa vorresti fare? Non c’entri più niente con quel mondo lì. Per te è giunto il tempo del ramino, degli scacchi, del telecomando!”.

Allo specchio mi sono detto: cosa vorresti fare? Non c’entri più niente col golf Condividi il Tweet

Sembrava la scena finale di Blade Runner. Io ne ho viste cose che voi umani non potreste nemmeno immaginarvi: signore in gonnellino rastrellare bunker bagnati dalla pioggia e ho visto grandi manager bestemmiare nel buio contro un ferro Callaway. E tutti questi ricordi saranno perduti nel tempo, come palline Titleist in un ostacolo d’acqua. E’ tempo di pescare.

Non è per mancanza di volontà, ma panta rei. Peso venti chili in più. L’ultima volta che ho tirato un secchiello in un driving range il presidente del Consiglio era Giolitti. Dovrei prendere almeno 77 virgole per arrivare al mio hcp reale, e considerando che, al massimo, faccio tre gare all’anno, ci vorrebbero 26 anni (perché una, sono sicuro, non so come, la vincerei! E la vincerei perché il golf è il più bel gioco di merda del mondo!).

“La zingarata (ossia il golf) è come l’amore…”

Un volta, al Molinetto, tre vecchietti mi hanno fatto passare. Ho sparato un drive bellissimo, lunghissimo, a centro pista. Li ho ringraziati e, mentre facevo per andarmene, uno di loro, con accento da baùscia reale, mi ha chiesto: “Dove ha preso quei pantaloni orrendi?”.

Hanno riso fragorosamente. Io, che non sapevo cosa rispondere e, intanto, avevo fatto cinque o sei passi, trovai una pallina 5 metri prima del tee delle donne. E chiesi al vecchio: “E’ sua questa pallina?”. “Sì, perché?”. “Lei è vestito benissimo, ma dovrebbe giocare a ramino! Mi creda, non è parente con il golf”. Io oggi sono come quel vecchio. Il golf non è più per me. Forse giocherò ancora, ogni tanto. Voglio andare a St. Andrew’s, sull’Old Course.

E poi farò altro, perché, come diceva il Perozzi: “La zingarata (in questo caso il golf) è come l’amore: nasce quando nasce e, quando non c’è più, inutile insistere. Non c’è più!”.

Andrea Bricchi è un ingegnere piacentino di 41 anni. ceo di “Brian and partners” e presidente dell’associazione benefica “Pierluigi Bricchi per i bambini”. Grandissimo tifoso del Milan. Parla sette lingue, è tenore dilettante e golfista da 15 anni. Lo trovate su Twitter, Instagram e FB: @andreabricchi77. 

Gary Woodland e Amy, il gigante del golf e la bambina

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La rubrica dei lettori: “Gioco a golf perché…”

4 risposte a ““Golf addio: ho deciso di smettere di giocare”

  1. IL GOLF E’ TERAPEUTICO SEMPRE E COMUNQUE, OPINIONE PERSONALISSIMA MA CONVINTA, DAL 1990 GIOCO SENZA IMPEGNO DELL’HANDICAP.
    FABIO DA MILANO

  2. Bellissima pagina di verità sullo sport più bello e più “merdoso” del mondo…scritta benissimo…bravo.
    Anch’io ho um tremendo mal di schiena e di anni ne ho 49…ma non mi arrendo…gioco poco e non giro il mondo…ma questo meraviglioso sport non lo mollo…(per ora)..

  3. Caro signore, il gioco del golf è talmente bello che a 41 anni si può anche cominciare a giocare a golf, con risultati entusiasmanti, non smettere. Probabilmente se lei avesse preso lezioni con un maestro serio, in Italia dove ci sono i migliori, la sua schiena non avrebbe conosciuto ernie.

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