
Molti architetti di campi da golf studiano un avvio soft per i golfisti. In America la chiamano “una stretta di mano gentile”, ossia una buca 1 facile e accessibile. Quasi rassicurante. Qualcun altro invece preferisce una partenza in salita, di quella a forte rischio X sullo score e relativa arrabbiatura. Quale via è la migliore?
Il dibattito è tornato d’attualità in vista del PGA Championship 2026, in programma all’Aronimink Golf Club in Pennsylvania. Il campo è stato disegnato da Donald Ross, architetto scozzese-americano autore di oltre 400 percorsi. Lui ha scelto la seconda opzione: la buca 1 mette subito il giocatore con le spalle al muro, con un fuori limite stretto che non ammette esitazioni.
Perché il primo tee shot crea così tanta tensione
Spesso e volentieri però la buca 1 è tra le più semplici di un percorso. Eppure negli score fioccano punteggi alti. Il motivo è tutto nella testa. Il tee della prima buca è quasi sempre visibile dalla clubhouse o dall’area pratica. È l’unico posto del campo dove ci si sente osservati prima ancora di aver colpito. Entra in gioco l’ansia da prestazione.
“Non ho ancora colpito la palla, e già sento che andrà male”
A questo si aggiunge un paradosso fisico: il corpo è ancora freddo, i muscoli non sono scaldati, lo swing non ha ancora trovato il suo ritmo. Eppure la mente pretende il colpo perfetto. È un conflitto interno destinato a perdere.
Il peso di diciassette buche che non esistono ancora
C’è un altro meccanismo psicologico, più subdolo. Sul tee della 1, la mente non pensa solo a quel colpo. Proietta l’intero giro. Un drive tirato a sinistra diventa, nella testa di noi amateur, una sentenza su come andrà la giornata. Si costruisce un film catastrofico partendo da un’unica immagine. “Chi me l’ha fatto fare di giocare a golf oggi” è la frase corollario del primo tee shot andato per conto suo.
I professionisti affrontano questo problema con strumenti precisi: una routine rigida che inganna il sistema nervoso, il focus su “dove voglio far atterrare la palla” e non “quanti punti devo fare alla buca 1”, e soprattutto la capacità di accettare l’imperfezione come punto di partenza, non come fallimento.
“Sul tee della 1 non si gioca ancora a golf. Si recita. E il pubblico è sempre lì, anche quando non c’è nessuno”
Per il dilettante, spesso, basta già riconoscere il meccanismo per allentarne la presa. Sapere che quella tensione sul tee è normale (“Ce l’ha anche chi gioca a 2 di handicap”) è già metà della battaglia.
Qual è la buca 1 più difficile che hai giocato?
C’è chi le apre con un par 3 stretto su green ben difeso. Chi con un dogleg verso sinistra. Chi con un fairway che sembra largo solo a prima vista. La buca 1 racconta l’architetto meglio di qualsiasi altra. È la firma, prima ancora che il percorso inizi.

Vogliamo raccogliere le vostre storie.
Mandaci la tua “buca 1 impossibile”: la pubblicheremo in uno spazio dedicato ai tee shot più traumatici del golf.
Perché il vero avversario della buca 1 raramente è il campo: è quello che ci portiamo nella testa.
