
Dal professionista canadese che ha imparato a giocare a golf guardando Youtube all’essere maestro oggi. Il dibattito tra appassionati e addetti ai lavori è sempre più vivo. La professionista Jacqueline Pecoitz torna a dire la sua.
“Ho letto con attenzione il commento del lettore e, più che una critica, ci ho visto una sensazione oggi è molto diffusa: quella che un maestro non sia più così necessario. Capisco da dove nasce.
Oggi abbiamo accesso a tutto. Video, spiegazioni, confronti continui. È normale pensare: “posso farcela anche da solo”. Ma c’è un passaggio, secondo me, che rischia di essere frainteso. Imparare da soli non è impossibile. Ma non è la stessa cosa che imparare bene. E soprattutto, non è la stessa cosa che capire davvero cosa si sta facendo.
Il maestro di golf ti aiuta a capire
Nel commento si percepisce l’idea che il maestro sia quasi un passaggio superato, qualcosa che rallenta o che non aggiunge valore rispetto a quello che si può trovare online. Ecco, qui credo ci sia un equivoco. Un maestro non è in competizione con YouTube. Non è “meno efficace” di un video.
Semplicemente fa un lavoro diverso. Non ti mostra cosa fare. Ti aiuta a capire cosa “non stai facendo nel modo giusto”.
E questa è una differenza enorme. Perché quando ti alleni da solo, il rischio non è non avere informazioni. Il rischio è non avere un filtro. E senza filtro, anche le cose giuste possono portarti nella direzione sbagliata.
Il golf è complesso, inutile negarlo
Da professionista, quello che vedo ogni giorno non sono giocatori che non si impegnano. Vedo giocatori che si impegnano molto… ma spesso nella direzione sbagliata. Ed è frustrante. Non perché manchi la capacità, ma perché manca uno sguardo esterno che dia senso a quello che stanno facendo. Questo non significa che tutti abbiano bisogno di un maestro sempre.
Significa però riconoscere quando serve.
Serve quando vuoi costruire basi solide.
Serve quando sei bloccato e non capisci perché.
Serve quando vuoi smettere di provare e iniziare a migliorare davvero.
Il punto non è difendere una categoria. Il punto è non semplificare troppo un processo che, nel golf, è tutto tranne che semplice. Perché sì, puoi imparare da solo. Ma se pensi che basti guardare per capire, allora forse non è il maestro che stai mettendo in discussione. È la complessità del gioco.
E quella, che ci piaccia o no, non si può saltare.
Dal maestro la soluzione “chiavi in mano”? No
C’è però una parte del commento con cui sono d’accordo. Molti giocatori si sentono persi anche dopo aver avuto un maestro. E questo non si può ignorare. Succede. Ed è giusto dirlo. Ma la domanda allora cambia ancora: è il maestro a non funzionare… o il modo in cui viene vissuto quel rapporto? Perché il rischio oggi è aspettarsi dal maestro una soluzione immediata, quasi “chiavi in mano”. E quando questo non accade, si pensa che il problema sia nel modello. In realtà, il golf non funziona così. È un percorso.
Richiede tempo, fiducia, continuità. E sì, anche responsabilità da parte del giocatore.
Sul fatto che il modello debba evolvere, non ho dubbi. Esistono già maestri che si muovono, che integrano il digitale, che lavorano su più contesti e accompagnano il giocatore nel tempo. Ed è una direzione giusta. Ma attenzione a non confondere evoluzione con sostituzione.
Un maestro più moderno non è meno maestro. Ma nemmeno un video può diventarlo. Perché alla fine, quello che fa davvero la differenza non è dove si trova il maestro, ma quanto è capace di entrare nel tuo percorso.
E questo- oggi come ieri – non è qualcosa che si può standardizzare. Forse il punto centrale non è se il sistema funziona o no. Forse il punto è che il golf non è un sistema. È una relazione. E le relazioni funzionano quando non cerchi qualcuno che ti dia risposte veloci, ma qualcuno che ti aiuti a farti le domande giuste.
Perché migliorare davvero non è trovare scorciatoie. È smettere di cercarle.
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