
I campi da golf sotto un altro punto di vista: quello ambientale. E’ stato questo l’oggetto del seminario tenutosi a Tolcinasco il 24 settembre, promosso da Archigolf con l’architetto Enrico Frigerio e l’ingegnere Pierfrancesco De Simone.
Per molti italiani i campi da golf continuano a essere sinonimo di consumo di suolo, spreco d’acqua e ambiente artificiale. Un’immagine ormai radicata nell’opinione pubblica che, però, racconta solo una parte della storia. Secondo gli esperti intervenuti al seminario organizzato dall’Associazione Italiani Architetti Golfisti al castello di Tolcinasco, i moderni campi da golf possono invece rappresentare un importante strumento di tutela ambientale, contribuendo alla conservazione della biodiversità, del paesaggio e persino del patrimonio storico-architettonico.
Ecco alcuni passaggi della relazione.
I campi da golf come serbatoi di biodiversità

Un campo da golf non è composto soltanto da green e fairway. Gran parte della sua superficie è infatti occupata da boschi, prati naturali, aree umide e habitat che diventano rifugio per fauna e flora.
Secondo l’architetto Enrico Frigerio, queste aree contribuiscono concretamente agli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite, in particolare a quelli dedicati alla lotta contro il cambiamento climatico e alla tutela degli ecosistemi terrestri. Pur essendo aree sportive private, i benefici ambientali prodotti dai campi si estendono a tutto il territorio circostante.
Boschi che assorbono CO₂ e abbassano la temperatura
Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda il ruolo dei boschi presenti nei circoli di golf. Secondo i dati illustrati durante il seminario, un ettaro di bosco è in grado di assorbire ogni anno tra 20 e 50 tonnellate di anidride carbonica e di produrre da 7 a 15 tonnellate di ossigeno, una quantità sufficiente al fabbisogno di decine di persone.
Ma non è tutto.
Le aree alberate funzionano come un vero climatizzatore naturale. Se l’asfalto, durante l’estate, può raggiungere temperature superiori ai 60 gradi, passeggiare sotto gli alberi che circondano un fairway significa percepire anche 5-8 gradi in meno rispetto alle aree completamente esposte al sole. Un beneficio che interessa non soltanto i golfisti, ma anche il microclima del territorio circostante.
Quattro circoli italiani che raccontano un’altra storia

La relazione ha citato quattro esempi italiani nei quali il golf è diventato uno strumento di conservazione del paesaggio e dell’architettura.
Al Golf dell’Ugolino, vicino a Firenze, il percorso si sviluppa tra boschi e uliveti, mentre la storica clubhouse progettata da Gerardo Bosio e il trampolino della piscina firmato da un giovane Pier Luigi Nervi rappresentano un patrimonio architettonico preservato nel tempo.
Il Golf Milano, immerso nel Parco di Monza, ospita un patrimonio arboreo centenario che costituisce un rifugio per numerose specie animali e vegetali. La clubhouse, progettata da Vietti, è un esempio di integrazione tra architettura moderna e paesaggio.
Il Golf Club Varese ha invece restituito nuova vita a un monastero benedettino del XII secolo, evitando che andasse incontro al degrado. Il Golf di Carimate rappresenta uno dei primi esempi italiani di sviluppo urbanistico integrato con il verde, impreziosito dalla celebre clubhouse progettata da Vico Magistretti.
Acqua: come è cambiata la gestione

Uno dei temi più delicati riguarda naturalmente il consumo idrico.
Negli ultimi decenni la progettazione dei campi da golf è profondamente cambiata. Oggi molti circoli raccolgono l’acqua piovana in laghetti artificiali che, oltre a costituire ostacoli di gioco, diventano riserve per l’irrigazione, bacini utili durante eventi meteorologici intensi e habitat per anfibi e uccelli migratori.
Sempre più diffusi sono inoltre gli impianti fotovoltaici, il recupero delle acque grigie provenienti da docce e lavandini attraverso sistemi di fitodepurazione e l’utilizzo di nuove varietà di tappeto erboso che richiedono fino al 50% di acqua in meno rispetto ai prati tradizionali.
Un patrimonio ancora poco conosciuto
Oltre all’aspetto ambientale, il golf produce anche un importante indotto economico per il territorio, grazie a turismo, ristorazione, ospitalità e commercio locale.
Secondo i relatori, il vero limite italiano resta però culturale. Il numero dei tesserati è fermo da anni attorno ai 90-96 mila giocatori e il golf continua a soffrire di una percezione spesso distante dalla realtà. Aprire maggiormente i circoli, raccontarne il valore ambientale e far conoscere il patrimonio paesaggistico che custodiscono potrebbe rappresentare una delle chiavi per il futuro.

