Storie di golf di Natale 3 / 4 – Ben Hogan e Buon Natale Giacomino

I tempi stringono e raddoppiano le storie di golf di Natale scritto per “Golfando” da Luca Ravinetto. Assoluto protagonista anche stavolta il nostro amico Giacomino, il caddie che non poteva giocare a golf. Nelle storie che seguono invece lo fa. I risultati che ottiene sono opposti. Nella seconda, in particolare, fa molta tenerezza..

IL “GLEN GARDEN” DI BEN HOGAN
– di Luca Ravinetto

Le volte che Giacomino entrava in segreteria poteva guardare la foto del mitico ferro uno di Ben Hogan a Marion, se gli avessero chiesto chi fosse il suo giocatore preferito lui avrebbe risposto proprio Ben Hogan. Ne era convinto perché Hogan era un caddie, il suo Bardarolo fu il Glen Garden e anche lui non poteva giocare a Golf quando voleva. Prima doveva lavare i bastoni, sistemare i grip, pulire le scarpe dei soci e aiutare il maestro del club.

Giacomino giocava quando poteva e giocava molto bene, non aveva tempo di sbagliare, aveva poco tempo per fare una buca e il miglior modo di metterci poco tempo era fare pochi colpi. Il suo punto di partenza, non potendo farsi vedere dai soci, era il rough di sinistra della buca tre vicino al deposito dei macchinari. Da lì tirava verso il green e raramente lo mancava.

Nei giorni di chiusura del circolo, quando il direttore o Avo il green-keeper lo rassicuravano che il presidente non sarebbe venuto, poteva divertirsi a giocare anche le altre buche, ma sempre evitando quelle troppo vicine alla club house. Giacomino si divertiva a imitare lo swing di Ben Hogan, almeno così diceva lui. Al tempo i video scarseggiavano ma lui aveva ricavato quello che gli serviva da una semplice foto e non importa se fosse giusto o sbagliato, a lui funzionava e andava bene.

L’unica gara ufficiale di Giacomino

Una sola volta Giacomino poté giocare una gara al Bardarolo e fu con Germano Virminio Tozzi, il peggior giocatore che sia mai esistito. Per quella greensome Germano era solo, nessuno ci voleva giocare insieme. Visto che era uno dei soci fondatori nessuno gli avrebbe impedito di giocare la greensome della quale era anche sponsor, ma nel rispetto delle regole gli serviva un compagno di gioco. Furono interpellati anche i giocatori dei circoli limitrofi, ma il nome di Germano era noto a tutti. Giocare con lui avrebbe voluto dire arrivare ultimi in classifica, il presidente cercò invano ogni soluzione.

Germano entrò in segreteria battendo i pugni sul tavolo e minacciando di dare le dimissioni, una grinta fino a quel giorno inimmaginabile. Tutti si scordano che chi tira 160 colpi ad ogni gara ha anche tenacia da vendere. Poco importa che gli accoppiamenti fossero già fatti e che Germano non avesse un compagno. Lui guardò fuori dalla porta vetrata della segreteria e indicando il deposito sacche disse: “Giocherò con Giacomino. D’altronde anche Ben Hogan inizialmente era un caddie al Glen Garden. Non ci vedo niente di male”.

Appresa quella scioccante notizia il presidente si ritrovò sdraiato sul divano all’interno della sala principale. Il direttore gli teneva i piedi sollevati mentre la segretaria gli misurava la pressione. Il presidente, ancora semi-svenuto, borbottava a occhi semichiusi “mi dimetto, piuttosto mi dimetto”. Fu allora che il vicepresidente Busoni gli si avvicinò e tenendogli la mano gli sussurò: “Il mondo cambia, i circoli cambiano, anche noi non siamo più gli stessi di venti anni fa. Ci conosciamo da tanti anni. Capisco il tuo dolore, ma se un caddie gioca una gara non è poi la fine del mondo. Forse ha ragione Germano, anche Ben Hogan era un caddie. Vedila così, noi oggi non saremo il Royal And Ancient, noi oggi saremo il Glen Garden”.

Con una sacca da 48 chili e un nome pesante

Il presidente e il vicepresidente decisero di evitare il diffondersi della notizia, così furono proprio loro a giocare con Germano e Giacomino. Il vicepresidente Busoni era convinto di avere il draw naturale, di toccare la palla come i giocatori dei tour maggiori. Il presidente Staccioli era il tipico commendatore impacciato più dedito alle attività sociali che al gioco del Golf. Il suo vero momento di gloria era da sempre la cena di fine gara al ristorante del circolo perché il Golf non lo gratificava molto. E comunque giocare con Germano lo avrebbe fatto sentire un giocatore di livello superiore.

Tentarono di camuffare Giacomino vestendolo con oggetti dimenticati da giocatori di passaggio e gli dettero dei vecchi bastoni marcati Maruman che il maestro non usava più. Una sacca a spalla in pelle di toro del peso totale di 48 chili dimenticata da un turista spagnolo. Scarpe troppo grandi. Bastoni troppo lunghi. Camicia nera a maniche larghe dimenticata da un ballerino di tango assoldato per il decennale del circolo, Calzini a losanghe multicolore, Pantaloni alla zuava in tartan verde-rosso-blu.
Il nome di Giacomino sulla partenza fu Fernando Gutierrez.

La gara

Germano tirò la palla in ogni direzione escluso verso il fairway, Giacomino si trovò a recuperare tirando quasi sempre dal rough. Per lui non fu un grande problema, lui nel rough ci era nato e quello che per altri era una punizione per lui era la vita normale.
Mentre tutti gli altri giocatori erano in segreteria e pensavano che la classifica fosse ormai decisa, successe l’impossibile. Germano Virminio Tozzi e lo sconosciuto Fernando Gutierrez vinsero la classifica con 74 colpi lordi. Forteguerri fu invitato a trovare ogni cavillo possibile immaginabile sullo score perché non sembrava vero che Germano, proprio lui che perdeva 24 palline a gara, avesse consegnato uno score lordo del genere. Forteguerri controllò lo score con la lente d’ingrandimento ed eseguì una perizia grafica scrupolosa.

Lo score era corretto, il presidente e il vicepresidente – anche loro sconvolti – confermarono l’incredibile. Ma, per evitare che gli altri soci andassero troppo a fondo,si misero subito a lodare le doti di Fernando Gutierrez, lo spagnolo dai colpi miracolosi.

“Fernando Gutierrez, uno che tira il ferro 1 in ginocchio”

Tutti furono presi dallo sgomento, il presidente Staccioli e il vice Busoni dovevano evitare che si sapesse che un caddie aveva giocato una gara nel loro prestigioso circolo. Fu così che già prima della cena ci fu un crescendo di leggende sul golfista sconosciuto Fernando Gutierrez.In terrazza si diceva che Fernando Gutierrez tirava il ferro uno in ginocchio. Negli spogliatoi spopolava la versione che usciva dal bunker con il legno tre mentre mangiava del pata negra. Il maestro in segreteria affermava di avergli fatto lezione la mattina stessa, lo swing era un disastro ma con i suoi consigli era tornato in palla immediatamente. Durante la cena erano tutti certi che Fernando Gutierrez avesse vinto sei volte i campionati spagnoli dando del filo da torcere a Severiano Ballesteros.
Il bello dei circoli è anche questo e il Bardarolo non era differente, dalla consegna dello score alla premiazione le voci corrono veloci e indomite. Nei giorni successivi si affievoliscono fino a scomparire col nascere di nuove e più incredibili storie.

Chi oggi va a casa di Germano può ancora vedere il mobiletto fatto di radica e marmi colorati con sopra appoggiato il premio di quel giorno, i faretti lo illuminano talmente tanto che è impossibile non leggere la scritta,

3 DICEMBRE 1995
,

PRIMI CLASSIFICATI, CATEGORIA LORDO:
GERMANO VIRMINIO TOZZI – FERNANDO GUTIERREZ



BUON NATALE
– di Luca Ravinetto

Ovviamente per il Natale il Royal & Ancient Bardarolo Golf Club si vestiva a festa e doveva farlo meglio dei circoli limitrofi, era sempre tutto addobbato al meglio. Quel Natale le buche erano più silenziose del solito. La brina faceva brillare i fairway. Le piante che avevano perso le foglie lasciavano intravedere scorci altrimenti invisibili mentre le foglie cadute a terra nascondevano le palle che si addentravano nei rough.

Nei giorni precedenti il Natale avevo incontrato Giacomino. Non faceva altro che parlarmi di quanto Germano tirava storto e dei mitici recuperi a cui era costretto. Mi raccontava del ferro tre dal rough di sinistra della buca due, del legno sette sopra il bosco a sinistra della buca tre. E ancora: del legno dalla salita appena dopo il lago della buca dieci. Tutti colpi che era riuscito a mettere in green perché lui quei colpi li aveva fatti centinaia di volte, lui il Golf l’aveva imparato dal rough.

Lo lasciai raccontare tutte le volte che voleva. Capivo che era un modo di giocare nuovamente, ma sapevo che quella volta non sarebbe stata l’ultima; quel Natale io e Giacomino avremmo giocato insieme.

Io e Giacomino in campo la vigilia di Natale

Gli dissi di venire la mattina del 24 dicembre. Nessuno ci avrebbe visti, lui mi guardò felice e sapevo che non sarebbe mai mancato all’appuntamento. Quella mattina al Bardarolo eravamo solamente io, lui e il percorso. Mi sembrava di giocare con un professionista: sapeva quando parlare, quando tacere, dove fermarsi e dove camminare. Nei vari racconti fra un colpo e l’altro mi confidò che l’idea di far bere il guttalax a Pierdonato Bardelloni fu di Enzo, il ristoratore, che ormai si era stufato di tenere la cucina aperta a orari impossibili solo per lui.

Quel giorno Giacomino mi dette del filo da torcere, giocò praticamente in par tutte le buche, non riuscivo a distanziarlo e alla diciottesima buca avevamo lo stesso punteggio, mi faceva piacere che giocasse bene ma perdere mi avrebbe scocciato moltissimo. Lui aveva il cuore caldo e la mente fredda, si comportava come un vero campione. Non aveva genitori che lo seguivano e che gli impedivano di vedere coi suoi occhi. Lui aveva imparato dai migliori, anche solo dalle foto, ma da foto giuste.

Tutto si decide alla buca diciotto

Quel tee-shot alla diciottesima, un par tre col lago davanti e un bunker prima del green, era più difficile del solito. Dopo tre ore di gioco mi trovai costretto a fare del mio meglio. Il match non stava per finire ma era appena cominciato.Presi il mio ferro nove e chiusi un po’ il colpo terminando sull’avant green di sinistra.

Giacomino si posizionò sulla palla con l’aria di avere tutto sotto controllo. Quel giorno aveva giocato ogni colpo come chi non ha niente da perdere ma ha un’intuizione da seguire. Alla diciottesima buca ci era arrivato molto meno stanco di me, giocando ogni colpo all’attacco nel tentativo di fare birdie a ogni buca.

Tirò con grande sicurezza, cercando di fare hole in one, non ci mancò moltissimo, mise la palla a due metri dall’asta. Gli restava un putt non facile vista la pendenza ma sapevo che probabilmente avrebbe imbucato. Perdere mi avrebbe scocciato moltissimo, dovevo imbucare quell’approccio. Con lo sguardo basso di chi sa che per vincere ci vorrà tanta abilità e un po’ di fortuna, camminai lungo la stradina che costeggia il lago e passo dopo passo arrivai sulla mia palla, cominciai a fare tutti i calcoli e anche a dire qualche preghiera

Giacomino sparito per sempre ma quella palla…

Mi addressai e colpì la palla, per un attimo sembrò andare in buca ma toccò il bordo senza entrare. Mi girai indietro cercando Giacomino. Guardai intorno più attentamente ma stranamente non c’era. Se ne era andato, sopra il green verso la club house c’erano alcuni soci che stavano guardandomi giocare e lui si era dileguato così velocemente e in silenzio che nemmeno me ne accorsi.  Guardai la sua palla sul green. Quel putt è ancora lì che aspetta di essere giocato. Sono sicuro che Giacomino l’avrebbe imbucato, sono sicuro che un giorno anche lui potrà giocare il suo colpo finale, il colpo della vittoria.

Giacomino non tornò mai più al Golf, dopo quel giorno non l’ho più visto. Sono sicuro che dovunque sia pensa ancora ai suoi recuperi dal rough. A quello che si prova dopo un colpo preso bene mentre la palla vola alta verso la bandiera. Sono sicuro che pensa ancora a quel putt. Non saprà mai che quel putt glielo ho concesso e anche se non poteva sentirmi, io ho comunque detto “data”.  Quel match lo vinse Giacomino, e mi accorsi che perdere non mi scocciò poi tanto.

Tanti auguri Giacomino.


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